Pasti sani in famiglia senza costrizioni: è davvero possibile?
Molti genitori sognano di avere figlie e figli che mangiano spontaneamente mele e carote. Ma esercitare pressioni a tavola spesso porta proprio a ottenere il contrario. Come creare allora una cultura alimentare che favorisca le scelte salutari?
Breve e facile
Obbligarli a mangiare qualcosa non è la soluzione.
I genitori possono dare il buon esempio.
Devono creare un’atmosfera di serenità.
Così ogni tanto le bambine e i bambini possono provare nuovi alimenti.
Nel piatto non c’è più traccia né del pollo né della pasta. Ma i poveri peperoni non hanno avuto lo stesso successo e sono ancora intatti, quasi a titolo dimostrativo. «Ancora tre bocconi!». Questa frase è quasi un mantra a tavola, seguita dal solito sospiro. Spesso proprio in questo momento accade qualcosa di difficilmente afferrabile. Un pasto in famiglia si trasforma in una prova di forza, la premura in pressione. Una verdura in realtà innocua diventa quindi un simbolo di sfida.
Eppure, dietro questa scena si nasconde una domanda più ampia che preoccupa molti genitori: bisogna davvero insistere affinché le bambine e i bambini imparino cosa è bene per loro? Oppure è proprio questa pressione che, a lungo termine, li porta a fare opposizione ancora di più?
La psicologia dell’alimentazione è unanime sul fatto che raramente le abitudini alimentari durature nascono dalla costrizione. È importante, invece, che le piccole e i piccoli sperimentino l’autoefficacia e sappiano di poter agire in modo autonomo.
Quando la motivazione arriva da dentro
Durante l’infanzia si è dotati per natura di un forte sentimento di curiosità: si desidera scoprire, provare e decidere in piena autonomia. Questo istinto esplorativo è una forza potente che non può essere imposto dall’esterno. Il concetto di motivazione intrinseca, con cui si intende un comportamento che nasce spontaneamente, senza pressioni o ricompense, affonda le proprie radici in questa caratteristica innata.
Solitamente, però, nella vita quotidiana si provoca il contrario: «Se mangi le verdure, avrai il dessert». Incitamenti come questi possono funzionare immediatamente, ma il messaggio trasmesso a lungo termine è che le verdure sono un fastidioso dovere, mentre il dessert è la vera ricompensa. Nonostante questo approccio nasca dalle buone intenzioni, si rischia di ottenere involontariamente l’effetto opposto.
In questo contesto, la ricerca parla di tre bisogni psicologici fondamentali che devono essere soddisfatti affinché possa nascere la motivazione intrinseca:
- l’autonomia, ossia posso decidere anche io
- la competenza, ossia riesco a fare qualcosa in autonomia
- l’appartenenza, vengo presa o preso sul serio.
Le bambine e i bambini vogliono avere la sensazione di poter partecipare alle decisioni, vogliono sperimentare di essere in grado di fare qualcosa e sentirsi socialmente coinvolti. Quando questi tre fattori sono presenti, la dinamica cambia radicalmente. Mangiare non è più qualcosa che «si deve fare», ma un’occasione per autoaffermarsi.
La scuola silenziosa ma efficace del buon esempio
esempioAncora prima che gli esseri umani inizino a riflettere consapevolmente sull’alimentazione, imparano attraverso l’osservazione. La tavola familiare funge da palcoscenico, non nel senso letterale del termine, ma come luogo in cui le routine quotidiane entrano in scena. Le bambine e i bambini osservano come mangiano le persone adulte, come parlano del cibo e come si rapportano alle novità.
Quando i genitori mangiano con gusto trasmettono un messaggio chiaro. È fondamentale che mantengano viva la curiosità e affermino di voler assaggiare alimenti nuovi, poiché agli occhi delle figlie e dei figli dimostrano apertura mentale. Questi piccoli accorgimenti sono sovente più efficaci di lunghe spiegazioni su cosa fa bene e cosa fa male.
L’obiettivo non è la perfezione: nessuno si nutre sempre in modo equilibrato e non è questo il messaggio che si vuole trasmettere. Ciò che conta è l’atteggiamento di fondo: mangiare deve essere un piacere, talvolta una scoperta e un momento quotidiano di condivisione. Questa scontata naturalezza dovrebbe essere un punto di riferimento.
Partecipare suscita interesse, ma sperimentare con i sensi è la via da percorrere
Molti genitori scelgono consapevolmente di coinvolgere figlie e figli in attività come fare la spesa, pelare le verdure o aggiungere le spezie in cucina. In effetti, gli studi dimostrano che la partecipazione aumenta la propensione a provare cose nuove. Eppure, capita spesso che una bambina o un bambino cucini con grande entusiasmo e poi a tavola si rifiuti di mangiare quello che ha nel piatto.
Sembra contraddittorio, ma è una fase del tutto normale dello sviluppo. Il gusto non è un interruttore che si accende una volta per tutte, ma il risultato di esperienze ripetute. Un alimento diventa familiare solo dopo che è stato visto, annusato e magari anche assaggiato più volte. Le esperte e gli esperti ritengono che siano necessari dai dieci ai quindici contatti prima che un nuovo sapore sia accettato. La partecipazione in cucina è quindi un buon punto di partenza, ma non basta.
Come comportarsi davanti a un no
La tavola familiare riflette spesso le difficoltà della vita quotidiana. Quando una bambina o un bambino si rifiuta di mangiare qualcosa, la tentazione di imporsi può essere forte: incitare all’ultimo boccone, scendere a patti, cercare un compromesso... Nell’immediato potrebbe sembrare una soluzione.
A lungo termine, però vale la pena di adottare un approccio diverso. Una strategia meno vistosa, ma più efficace è di offrire una pietanza e lasciare che la bimba o il bimbo decida se e quanto mangiarne. Senza commenti, senza trattative, senza menù alternativi.
Un rifiuto non significa una sconfitta per i genitori. Tutt’altro. Infatti, sono proprio loro a definire il quadro generale (il menù, l’ora del pasto e l’atmosfera), in cui la bambina o il bambino può prendere le proprie decisioni.
Questa ripartizione delle responsabilità (meglio nota come condivisione delle responsabilità) alleggerisce l’atmosfera e offre alla piccola o al piccolo la possibilità di sviluppare il senso di fame, di sazietà e delle preferenze. È proprio questo che si rivela determinante nel tempo. Cosa non può mancare? La serenità. Inoltre, è importante tenere a mente che una verdura rifiutata non è un dramma, ma parte di un processo di apprendimento.
Fare la spesa insieme o coltivare il proprio orto
Un’alimentazione sana non nasce da singoli pasti perfetti, ma dalla somma di tante piccole esperienze collezionate nel tempo. La vita quotidiana offre, infatti, più opportunità di quanto si pensi.
Una spesa in famiglia, in cui le manine possono scegliere quali peperoni mettere nel carrello, una merenda preparata insieme oppure l’inaffiamento regolare di erbe aromatiche sul balcone sono esperienze che creano fiducia e stimolano la voglia di assaggiare qualcosa di nuovo.
Particolarmente interessante è osservare gli effetti positivi di un orto casalingo. Un ravanello cresciuto in giardino o sul balcone di casa sarà visto con occhi completamente diversi: è come se raccontasse una breve storia e sarà proprio questo legame a fare la differenza.
Gli stimoli giusti per ogni età
Non è possibile parlare universalmente di tutte le bambine e tutti i bambini e altrettanto individuale è il loro approccio al cibo. In linea di massima, però, le più piccole e i più piccoli scoprono gli alimenti soprattutto attraverso i sensi: li toccano, li annusano, magari li sputano anche. In questa fase, il rifiuto non è considerato problematico, ma parte dell’apprendimento.
In età scolare si cambia: le bambine e i bambini desiderano esprimersi, assumersi responsabilità e prendere decisioni autonome. Per aiutarli in questo processo, affidate loro dei piccoli compiti in cucina o mentre fate la spesa.
Durante l’adolescenza, invece, le ragazze e i ragazzi incominciano a comprendere le implicazioni dell’alimentazione su energia, concentrazione e rendimento sportivo. Conversazioni su questi argomenti possono essere utili, purché non abbiano un tono didattico, ma si svolgano alla pari.
Con il passare degli anni cresce la responsabilità personale e quello che resta è l’importanza di un’atmosfera rilassata e rispettosa a tavola.
La fiducia come strategia duratura
Un’alimentazione sana non si può imporre, ma è un progetto che si sviluppa nel tempo, a volte anche lentamente, e spesso non in maniera lineare. Ciò che conta non sono tanto i singoli pasti, quanto ciò che le bambine e i bambini vivono nel corso degli anni.
Se sentono di poter partecipare alle decisioni, intuiscono che le loro opinioni vengono prese sul serio e che il cibo è associato a esperienze positive, creano dentro di sé una base solida i cui effetti saranno percepibili ben oltre l’infanzia. La tavola non è solo un luogo in cui bisogna imporre qualcosa. Bensì un’occasione dove l’apprendimento avviene in maniera silenziosa, ripetuta e sovente senza accorgersene.